Gorizia, 23 maggio 2009: Presentazione del libro "L'Anarchico Borghese" (biografia su Indro Montanelli) di S.Gerbi e R.Liucci, con la partecipazione di Marco Travaglio e Massimo Fini nell'ambito di èStoria 2009, V Festival Internazionale della Storia.


A festeggiare il centenario montanelliano (Indro Montanelli nasceva a Fucecchio, Provincia di Firenze, il 22 aprile 1909) Sandro Gerbi e Raffaele Liucci tornano in libreria con l’Anarchico Borghese, il secondo e conclusivo volume della biografia (1958-2001) di uno dei giornalisti italiani più rispettati. A presentazione e promozione del libro, un’incontro organizzato ad hoc all’Auditorium della Cultura Friulana di Gorizia all’interno di “èStoria”, V edizione del Festival Internazionale della Storia. Ospiti attesissimi della serata i giornalisti Marco Travaglio e Massimo Fini, i cui interventi hanno permesso un confronto di stile con gli studi storici effettuati ed elaborati dai due autori.
Puntualissimi tutti (pubblico compreso che, anzi, si è addirittura preoccupato di arrivare con qualche ora d’anticipo per assicurarsi un posto a sedere), esattamente alle 21.00 il primo ad impugnare il microfono è Sandro Gerbi, il quale apre la serata con un interrogativo che verrà a mano a mano smantellato nel corso dell’incontro: Come mai Indro Montanelli, a cent’anni dalla nascita, suscita ancora accese discussioni e la sua fama sembra godere d’immortalità?
Innanzitutto, come anticipa Gerbi, per la sua longevità sui quotidiani: basti pensare al fatto che il Montanelli è stato sul campo per 70 lunghi anni, periodo in cui la sua presenza sulla stampa italiana è stata praticamente costante.
In secondo luogo, grazie alle sue “diaboliche” capacità intuitive: innumerevoli ed apprezzate le sue intuizioni talvolta davvero fulminanti, geniali.
In terzo luogo, per la sua innata capacità di suscitare polemiche: sin dalla tenera età, infatti, gli venne affibiato dal padre il soprannome di “Schizogeno”, etimologicamente dal greco “generatore di divisioni” o “seminatore di zizzania”. Una sorta, cioè, di provocatore professionale.
Alla rigorosa introduzione di Gerbi succede l’intervento del collega Liucci che, partendo dalle motivazioni della scelta del titolo per giungere a quelle riguardanti la copertina, affronta un’analisi piuttosto sommaria del libro, quasi a voler lasciare agli ospiti tutto il tempo d’addentrarsi nelle spinose questioni politico-sociali connesse.
Liucci, dunque, spiega che il termine “borghese” ha valore decisamente provocatorio, dato che, in quegli anni, un po’ ci si vergognava ad essere definiti tali; circa il termine “anarchico” invece, è lo stesso Montanelli ad essersi così autodefinito: “io sono un anarchico sui generis. Non voglio scardinare lo Stato, sono per la legge e l’ordine, aborro il movimentismo turbolento e l’utopismo chiassoso. Il fatto è che lo Stato, e le istituzioni, vengono incarnati da personaggi dei quali conosciamo tutto, e dai quali subiamo tutto. Lo Stato diventa, cioè, Potere. E per il potere ho un’allergia profonda e irresistibile”. Da qui la scelta del titolo, per il suo essere giornalista indipendente, senza padrone.
In merito alla copertina, poi, Liucci mostra come essa raffiguri un Montanelli quasi sconsolato: un ritratto lucido, disincantato, amaro. A detta dello stesso autore, probabilmente si tratta di una copertina poco attraente ma decisamente molto realistica.
Ma l’autore è costretto a limitarsi a questa breve analisi, senza poter scavare in profondità, poichè il tempo, ahinoi, stringe ed è già la volta dei due ospiti.
Sia Travaglio che Fini, attraverso simpatici e singolari aneddoti di carattere talvolta personale, raccontano di un Montanelli battagliero, instancabile, burbero ma anche sentimentale e generoso.
Massimo Fini sottolinea la sua eleganza ed intuitività. Parla di un laico conservatore, un uomo di Destra; Destra che, però, nulla ha a che vedere con la Destra berlusconiana. Il suo antiberlusconismo degli ultimi anni, infatti, non va letto come un voltafaccia: semplicemente Montanelli detesta la “volgarità” del Premier come uomo, come “politico” o, meglio, come personaggio. Ricordiamo che Berlusconi voleva imporre a Il Giornale[1] una sua visione politica e della società che il giornalista mai accettò; proprio per questo egli fu messo alla porta dal nostro attuale Presidente del Consiglio che, come sappiamo, sembra non gradire molto giornalisti …e non solo!
Ed ancora Fini, che si serve dei pochi minuti rimastigli a disposizione per scandagliare due aspetti fondamentali della biografia di Montanelli: quello umano e quello professionale.
Sotto l’aspetto umano, lo definisce un “orfano della Prima Repubblica”: con il crollo di quest’ultima, infatti, Montanelli inizia a non comprendere più la società e la politica del tempo. Diviene un uomo fuori dai suoi tempi: non capisce la Lega; cadono i principi liberali in cui aveva fermamente creduto per tutta la vita. Insomma, la nuova concezione politica gli va stretta.
Sotto l’aspetto professionale, invece, Fini parla di un’estrema chiarezza che contraddistingue i suoi scritti. Montanelli usa toscanismi e termini complicati ma l’architettura del testo è semplice e chiara. Ed è anche qui che risiede il suo fascino: nella capacità di colpire allo stomaco il lettore.
Particolarità condivisa anche da Marco Travaglio, il quale però preferisce convergere principalmente l’attenzione del pubblico sull’aspetto politico della vita di Montanelli.
Secondo Travaglio, tra il 1989 ed il 1993 il giornalista sembra cadere in una sorta di rapidissimo invecchiamento a causa dell’assenza di un vero e proprio nemico da contrastare, che gli permetta di rimanere un uomo attivo e pieno di stimoli; perchè questo avvenga sarà necessario attendere l’aprile del 1994: con la discesa in campo politico di Berlusconi, infatti, Montanelli ringiovanisce, si ricarica e torna a scrivere quotidianamente. Il suo intento è quello di mettere in guardia gli italiani circa la pericolosità di un “uomo della provvidenza” in grado di risolvere ogni problema, paragonandolo addirittura ad una malattia, dalla quale l’Italia poteva tuttavia guarire.
Ma pochi anni dopo, nel luglio 2001, Montanelli si spegne in una clinica di Milano. Un’incolmabile perdita per l’Italia, non solo per quanti hanno avuto la fortuna di conoscerlo o di aver intrattenuto rapporti con lui.
In conclusione, più che un semplice incontro questo, un vero e proprio viaggio nel passato prossimo del Bel Paese attraverso l’intrigante e passionale biografia di Indro Montanelli, giornalista, scrittore e divulgatore storico che rimarrà ben ancorato nella memoria storica italiana; non potrebbe essere altrimenti per una delle firme italiane più lette ed una delle voci più ascoltate del dopoguerra.
Del resto, come si potrebbe commettere l’errore di dimenticare chi ha lottano una vita intera per qualcosa che oggigiorno è vera e propria utopia, ovvero la diffusione di una libera e corretta informazione?
[1] Il Giornale è un quotidiano di Milano. Fu fondato da Indro Montanelli nel 1974, con il successivo ingresso nella proprietà editoriale, quattro anni dopo, di Silvio Berlusconi allora imprenditore e non attivo in politica, che ne acquisì il 30%, incrementando il controllo fino all'82% negli anni novanta. Come vendite si colloca al sesto posto tra i quotidiani d'informazione nazionali.